Cile : La compagna Gabriela Curilem ritorna dalla latitanza

Nelle prime ore della mattina del 19 Novembre, la compagna Gabriela Curilem è riapparsa nelle strade mettendo fine al suo periodo di latitanza di 2 anni e 3 mesi. Ricordiamo che Gabriela è ricercata a seguito del “caso Bombas”, per la precisione dal 14 Agosto 2010 – il giorno in cui sono avvenuti gli arresti, mentre il caso è stato chiuso il 1° Giugno di quest’anno, il giorno in cui i 5 compagni sono stati assolti. In questo caso, Gabriela era accusata di avere presuntamente finanziato l’associazione illecita che avrebbe fabbricato e fatto esplodere le bombe. Lo stesso 14 Agosto 2010, Gabriela non si trovava al CSO Sacco e Vanzetti (centro auto-organizzato che è stato perquisito dalle unità anti-terrorismo), dove vivevano gli altri co-imputati. Nella mattina del 19 Novembre Gabriela è apparsa di fronte al sistema giudiziario cileno ed è stata sottoposta all’obbligo di firma alle autorità (non sappiamo se settimanale o mensile) ed è ora di nuovo per le strade.

Salutiamo la compagna Gabriela che dopo aver burlato per più di 2 anni gli apparati di sicurezza del Potere, torna a ritrovare la sua famiglia e compagnx. Salutiamo la sua forza e coraggio, poiché nonostante la sua difficile situazione non ha mai smesso di apportare le sue riflessioni. Ci rallegriamo che quella gabbia che tenevano preparata per la compagna continui ad essere vuota.

Il 19 Novembre la compagna Gabriela Curilem decide di porre fine ai suoi 2 anni e più di clandestinità presentandosi di fronte al Tribunale per un ordine di detenzione che aveva per effetto della legge anti-terrorista, per il cosiddetto “Caso Bombas”, in cui la si accusava di essere parte di una Associazione Illecita Terrorista e finanziatrice della stessa.

Dopo essere rimasta in attesa circa 6 ore all’interno del Tribunale, finalmente alle 14.30 si è realizzata l’attesa udienza contro la compagna. Di tutti i querelanti presenti nella causa è accorso solo il Pubblico Ministero rappresentato dal mercenario al soldo di Victor Nuñez, membro della Procura Sud, che ha portato avanti tutta l’inchiesta e il processo per il “Caso Bombas”.
Il procuratore che per due anni ha cercato quanta più stampa e teleschermi per condannare i 14 compagnx, questa volta ha solo segnalato brevemente che non intendeva perseverare contro la compagna poiché non aveva precedenti. Infine è stata chiusa la causa contro la compagna, lasciandola senza misure cautelari.

È rimasta pendente un’altra causa giudiziaria contro Gabriela, che ha coinvolto altri compagni del C.S.O. Sacco e Vanzetti per un’aggressione a un membro della Polizia di Investigazioni per aver resistito alla perquisizione dell’11 Dicembre 2009, tuttavia questa si presenta come una causa minore paragonata ai deliri terroristi della Procura.

Saluti e affetto alla compagna Gabriela che finalmente può incontrarsi con i suoi cari dopo un’assenza forzata di più di 2 anni per le macchinazioni del Potere!

A seguire uno scritto di Gabriela prima dell’udienza.

Agitando le ali oltre il Caso Bombas.
Una missiva di persistenza e una chiamata a continuare a combattere.

Sono passati più di due anni da quando si iniziò la caccia a un gruppo specifico di persone, cercando di colpire e terrorizzare un ambiente multiforme di compagnx antiautoritarx e anarchicx.

L’operazione, capeggiata da un pubblico ministero drogato delle luci dello spettacolo, è riuscito nel suo giorno di successo a detenere 14 persone di diverse correnti e circuiti, con perquisizioni riprese dalle televisioni.

Iniziava quindi la messa a processo di un caso che portava anni di investigazione alle spalle, senza essere riuscito ad apportare risultati sulla collocazione di congegni esplosivi e con l’interrogativo aperto su chi fossero gli autori.

Evidentemente il nuovo scenario giudiziario era brulicante di arroganza, frasi ridondanti, organigrammi, presunti posti di Potere e centinaia di volumi investigativi che pretendevano seppellire i compagnx sotto il peso asfissiante delle condanne.

Ma non tutto uscì come era previsto. L’arroganza poliziesca non riuscì a chiudere il cerchio su tuttx, in quella mattina del 14 Agosto 2010. A me non mi presero, né nei giorni prima della formalizzazione delle accuse né nelle settimane che seguirono, né nei mesi e anni in cui è durato questo processo decadente, pieno di menzogne e infamie.

Paradossalmente si dimostra in questo modo che il Potere non è mai così potente e onnipresente come si auto-proclama. Rimangono sempre delle crepe per le quali attraversare lo scenario già disposto, dobbiamo trovarle, crearle, ma il nostro sforzo deve puntare in questo senso.

Così cominciò il cammino delle ombre, dalla notte alla mattina, da un momento all’altro. Mi avevano rubato la vita, in termini umani e materiali. Illegarizzarono le mie relazioni e criminalizzarono i miei legami politici e affettivi.

Mi si assegnò un ruolo dentro l’organizzazione illecita terrorista, creata negli uffici della Procura Sud. Inventarono un copione decadente e delirante, come film di spionaggio di basso costo. Volevano rendere più verdi gli allori e finirono con la corona marcia sulla testa.

Il processo per il Caso Bombas e le sue conseguenze mi mettevano di fronte a due strade, consegnarmi alla prigione o fuggire.

Per me consegnarsi era precisamente questo in tutta la sua grandezza: consegnarmi ai piani del Potere, alle loro menzogne, ritmi e tempi, rendersi parte di questo schema di infamie e ruoli. Questa è una valutazione personale, non condanno chi in altre circostanze valuta di apparire nel mezzo di processo, forse perchè capisco, al di là di qualunque slogan, che fuggire ha un costo altissimo e migliaia di dettagli che rimangono invisibili agli occhi degli altri. In definitiva, non è quest’atto che determina il nostro essere compagnx.

Quindi optai per fuggire e la bilancia pendeva verso questa opzione perchè non potevo dimenticare che in quello stesso istante in cui io facevo le mie valutazioni, c’era un gruppo di compagnx che dormivano nelle celle di isolamento, che erano statx trascinatx fino a lì all’improvviso, senza possibilità di scegliere e ancora meno di decidere.

Ma allo stesso modo il sentiero della fuga continuava ad essere una possibilità imposta. Continuava in ogni caso ad essere il furto della mia vita, il taglio della mia libertà e la restrizione dei miei passi. Lo misi in chiaro in uno scritto passato, non avevo scelto la clandestinità come forma di vita, fosse stato così non avrei vissuto dove ho vissuto, né mi sarei relazionata con chi mi sono relazionata.

Quindi con il passare dei mesi si mostrò la richiesta delle condanne, 13 anni di carcere per l’accusa di finanziamento e circa 20 anni per le accuse di collocazione di congegni esplosivi. Qui stava la vendetta dei potenti e qui stava anche la testa alta dei/le miex compagnx, forti e fermi nelle loro convinzioni.

Con il passare dei mesi, lo sciopero della fame dei/le prigionierx, più mobilitazioni dentro e fuori dalle carceri, il processo cominciò a crollare. Di fronte a questo sono chiara, non ho assolutamente nessuna fiducia nella giustizia dei potenti, lo smembramento del caso si deve molto di più alla qualità patetica delle bugie e alla grettezza del processo, piuttosto che alla buona volontà di qualche tribunale.

Finalmente e dopo due lunghi anni il caso è stato chiuso, la sentenza è stata l’assoluzione, tutte le accuse sono state rigettate e tuttx i/le miex compagnx sono da un po’ di tempo liberi. Quindi il mio cammino per questo sentiero porta fino a qui. Questa non è la fine della mia decisione di lottare, è semplicemente un cambio di scenario, per me l’orizzonte rimane uguale.

Non mi sono consegnata, non mi sono abbandonata, non mi hanno sconfitto e quindi si annulla l’effetto che il colpo repressivo cercare di ottenere. Continuo con le mie convinzioni intatte ed aggiungo a queste il sapore dell’esperienza.

Affermo la mia posizione contro lo Stato dall’esperienza stessa di aver ricevuto i loro assalti e aver continuato a lottare. Mi sono assunta le conseguenze delle parole dette e ancora ho il coraggio di dirle, annullo così le gli ordini e li trasformo in vita contro il dominio.

Questa è la dignità, che so di condividere con quelli che sopravvivono alla prigionia nelle diverse carceri del mondo. Nei quali posso percepire che rimangono intatte non solo le loro ansie di libertà, ma anche il loro fervente desiderio di creare un mondo senza autorità.

Compagnx che nonostante le condizioni più avverse continuano a rivendicare le loro idee, rompendo la norma del silenzio servile. Gridando al costo di ancora più sanzioni, lottando, nel campo stesso della battaglia e non dall’astrazione della teoria o della frase poetica, non dalla comodità della calma e del riparo.

E ora mi trovo qui, nel momento di affrontare faccia a faccia le persone che misero un prezzo sulla mia testa, illegalizzarono le mie relazioni e mi accerchiarono il cammino. Come terminerà tutto questo è un mistero, sarà sempre un rischio che apportino sempre nuove invenzioni, ma per evitare questo non passerò la vita fuggendo.

Mi hanno rubato la vita e io faccio un passo avanti per recuperarla, lo faccio con i miei ritmi, i miei tempi e quando io lo decido, riaffermando il fatto che con me non sono riusciti, non hanno ottenuto la vittoria della caccia.

Può essere che ora debba affrontare la prigione, ma che abbiano chiaro che lo farò con la testa alta, senza un pizzico di dolore o paura, con la mente pronta a comportarsi all’altezza delle circostanze, come dev’essere il messaggio per ogni cuore che si pone contro ogni autorità.

Vale ben la pena ricordare che là nelle ombre rimangono altre persone, il cui oblio compiace solo i potenti, ma rimanga chiaro che una persona in fuga ha bisogno di ben più che del suo nome nel saluto, nel pensiero guardando al cielo o di un graffio sul muro. L’atto di solidarizzare è un processo più complesso, principalmente quando una persona che fugge fa uscire la voce, quello di cui ha bisogno è che non ci sia più silenzio e che si abbia la capacità di confrontare le idee e scambiare posizioni.

Ogni caso dipenderà se è stata liberamente scelto o se è un’opzione a partire da un’imposizione, in ogni caso, il mio saluto solidale si estende ad ognunx di quellx, cercando di incrementare la loro forza.
Questi anni hanno solo rafforzato in me il desiderio della creazione di un mondo senza autorità, senza oppressori e oppressi, senza privilegi né relazioni di Potere.

E ho compreso che sempre ci saranno esseri servili, sleali, meschini, codardi e indegni, ma esistono anche persone solidali, piene di volontà, coraggiose, leali e soprattutto degne. Questa differenza di percorsi è una scelta personale, una decisione che compete solo a noi, non accetto le scuse che alcuni portano, attribuendo allo Stato e alle sue strategia la scelta di qualunque di questi percorsi.

La solidarietà per me non è un atto di un momento specifico, è un modo di affrontare la vita, indipendente dalle mosse e strategie del Potere.

Vi invito a continuare sempre a lottare… sempre si può, per quanto terribile si veda la notte.

Il mio saluto e forza ai compagni in attesa di processo, sia ai compagni del Caso Security che ad Hans e specialmente a Tortuga, che oggi stesso saprà se riapriranno il suo processo o no. Estendo la mia forza fino ai/le compagnx prigionierx in terre vicine, sia in Argentina, Messico (a Mario “Tripa” e a Felicity, che si trova nelle ombre) e anche Bolivia, il cui caso richiede la nostra solidarietà e riafferma il nostro degno sentire anarchico, forza compagno Henry.

Il mio abbraccio ai/le compagnx dentro e fuori delle gabbie in Italia, Grecia, Indonesia, Russia e Bielorussia, Spagna, Germania e Svizzera.

Gaviota.

fonti: i,ii

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