Prigione di Koridallos, Atene: Testo collettivo sullo sciopero della fame e della sete di Dicembre 2013

Il seguente testo è una presentazione di ciò che è seguito dopo l’incidente e anche alcuni pensieri generali riguardo all’istituzione del carcere e a come ci rapportiamo ad esso in quanto anarchici. Il nostro desiderio era di farlo prima, ma il nostro trasferimento in un altro padiglione, il pestaggio di Yannis Naxakis da parte della CCF e altre questioni carcerarie lo hanno rallentato.

Il 13/12/2013 quando è stato chiuso il cortile abbiamo ridato alla guardia di persone Yannis Milonas una piccola parte della violenza che lui applica quotidianamente tenendo una chiave. Questa persona specifica aveva insistito col suo atteggiamento litigioso quando alcuni compagni lo avevano richiamato per dei commenti ironici fatti il giorno prima.

L’incidente è stato, per l’amministrazione, il motivo per rompere la nostra comunità che era diventata una spina costante per essa. In tempi recenti ci sono stati numerosi scontri che abbiamo cercato in vari modi e per motivi che riteniamo nodale per (sciopero della fame dei comunisti turchi, collocamento del filo spinato sopra i cortili) sabotare, in modo possibile, il funzionamento del carcere.

La prima mossa dell’amministrazione è stata trasferire cinque di noi nelle celle punitive, due nel 4° padiglione, uno nel 5° e i tre rimasti nel 1°. Le prime ore sono state acute e abbiamo capito subito le intenzioni dell’amministrazione di romperci e indebolirci. I compagni che si sono trovati nelle anguste celle punitive del 3° padiglione, in celle dove neanche un cane starebbe, hanno deciso di iniziare uno sciopero della fame e della sete per richiedere la riunione immediata della nostra comunità e cosi non c’è stato tempo per l’amministrazione di pianificare mosse successive.

La richiesta era di tornare tutti al 1° padiglione dato che li stavano la maggioranza dei compagni (oltre a quelli nelle celle punitive), le persone con cui abbiamo relazioni amichevoli e anche le nostre cose. Inoltre venne proposto il 1° padiglione per assicurarci contro un possibile nostro trasferimento in un padiglione di isolamento. La condizione complicata che si è creata ha mostrato che sarebbe stato più saggio non proporre questo padiglione specifico ma uno qualsiasi. Spiegheremo perché.

Lo sciopero ha fatto impanicare l’amministrazione e nel pomeriggio del giorno dopo l’ispettore è venuto a chiederci di sospenderlo dicendoci che saremmo stati trasferiti TUTTI al 4° padiglione. Ci disse anche che il fine dell’amministrazione era di tenerci dai cinque ai dieci giorni nelle celle punitive e poi dividerci. Ci rifiutammo di andare al 4° dato che lo consideravamo una sorta di punizione più leggera.

Quel pomeriggio anche Babis Tsilianidis iniziò lo sciopero dal 4° dove si trovava. Più tardi quel giorno tornò l’ispettore insistendo per farci smettere lo sciopero e accettare il trasferimento al 4°, spiegando che non era l’amministrazione ad avere problemi a farci tornare al 1° ma alcuni prigionieri. Ciò ci ha fatto infuriare dato che non avevamo problemi con alcun prigioniero e quindi lo abbiamo considerato come un bluff da parte dell’amministrazione per portarci al 4°.

Più tardi nello stesso giorno un compagno rimasto al 1° che aveva comunicato con i prigionieri informa i compagni nelle celle punitive e in altri padiglioni che alcuni capi del padiglione hanno espresso timori perché il nostro ritorno avrebbe creato problemi con le perquisizioni fatte dal EKAM (forze speciali di polizia) e altre cose fantasiose, senza comunque dire chiaramente che avevano problemi col nostro ritorno. A causa della difficoltà di comunicazione questi pezzi di informazioni non si unirono per tempo.

La mattina del terzo giorno, Grigoris Sarafoudis (che nel frattempo era stato trasferito dal 5° al 4° dietro sue pressioni) inizia lo sciopero della fame e della sete.

Nella sua quotidiana interazione con noi, il sergente ci dice che ogni intento punitivo dell’amministrazione è caduto e che se risolviamo coi prigionieri del 1° padiglione possiamo ritornarci. Poco dopo, per caso, viene annunciato ai nostri compagni nel 1° da alcuni prigionieri che loro non vogliono il nostro ritorno al 1°. Questo viene detto nelle celle punitive da un compagno, quindi capiamo che quanto detto dall’amministrazione era vero. A questo punto smettiamo di voler tornare al 1° dato che non avevamo intenzione di dare garanzie che saremmo rimasti calmi al fine di risultare tollerabili. Nel pomeriggio dello stesso giorno abbiamo pressato affinché i compagni del 1°, 4° e delle celle punitive si incontrassero per parlarsi e decidere le mosse davanti a questo inaspettato sviluppo.

Visto che la richiesta dello sciopero era tornare al 1° abbiamo pensato di insistere, tornare al 1° e poi cambiare padiglione in un momento che avremmo deciso dopo. Ci sono state buone possibilità per farlo, visto che durante lo sciopero l’amministrazione era paralizzata e ad un certo punto avrebbe pressato i prigionieri del 1° che non volevano farci tornare.

Ma lo sciopero della fame (e della sete) è uno strumento politico di lotta che mira all’avversario politico, l’amministrazione nel nostro caso, e non le gerarchie informali del carcere. Sarebbe completamente insensato richiedere la mediazione dell’amministrazione per le nostre divergenze coi prigionieri anche come ultima soluzione, un ossimoro per noi continuare uno sciopero della fame e della sete per chiedere qualcosa che non vogliamo più. Pertanto decidemmo di interrompere lo sciopero e andare al 4°.

L’autocritica è il fattore più importante di sviluppo e facendola comprendiamo il nostro errore di non aver capito l’estensione e la profondità della mediazione che usa l’amministrazione, condividendo con alcuni prigionieri la responsabilità di mantenere l’equilibrio carcerario. Nonostante siamo riusciti a neutralizzare le guardie facendogli capire che difenderemo la nostra comunità, siamo stati piuttosto ingenui nel non vedere un nemico invisibile (fino a quel momento), i gruppi di gerarchie informali.

Alla fine comunque il nostro sciopero della fame e della sete ci ha fatto uscire da una situazione molto difficile, siamo riusciti a mantenere la nostra comunità che era stata colpita nelle nostre acquisite condizioni di vita. E soprattutto con mezzi coerenti con i valori della lotta anarchica. Pensiamo che lo sciopero sarebbe stato più duro senza le mosse pubbliche di propaganda e azione diretta. I due presidi dove le nostre voci si sono unite a quelle dei solidali e hanno sconvolto le celle punitive e il fuoco dell’attacco incendiario alla caserma di Exarchia ci hanno mostrato che molto è ancora in corso.

Ringraziamo i prigionieri che abbiamo incontrato “dimenticati” nelle celle punitive del 3° padiglione che ci hanno supportato con l’astensione dal prendere i pasti della prigione, che in quelle condizioni di povertà assoluta è quasi uno sciopero della fame.

* * *

Pensiamo che questo descriva la prigione cosi come l’abbiamo vissuta nel miglior modo.

“Nel perimetro non ci sono guardie, loro ci guardano dalla guardina che è sopraelevata rispetto al cortile. Ma il vero controllo è quello elettronico basato sulla presenza di telecamere ovunque. E’ difficile evitarle. Ma l’Amministrazione pensa a tutto e ha cura che ci siano abbastanza punti ciechi in questo controllo, cosicché i “mostri” possono curare i loro affari senza nessuno che li disturbi. Tranne che sono gli affari dell’amministrazione stessa con uno o l’altro scagnozzo. Che importa se uno o due poveri diavoli vengono fritti con l’acqua bollente o sfigurati con un coltello auto costruito? Che importa? Non ci vorranno più di tre righe per fare rapporto. La carriera di chi è “adatto” non corre pericolo. E inoltre, un carcere è gestito meglio cosi perché c’è sempre questa veloce violenza fratricida. Almeno fosse per motivi seri, ma lo è sempre per stupidaggini. Un bullo di grande fama può dire ciò che vuole senza che gli accada nulla o un razzista responsabile di attacchi contro gli arabi può girare tra questi senza problemi.

C’è sempre una persona subdola e risentita che appicca il fuoco dell’amarezza. Il fuoco brucia lentamente per settimane e mesi, e dopo che alcuni prigionieri aumentano il ritmo i colpi arrivano come pioggia. Le stanze fanno eco di urla e calci, piatti rotti e tavoli capovolti. Lo sconfitto prova a raggiungere la porta blu per uscire dall’isola. Un giovane cammina lasciando scie di sangue per terra, con un taglio dalla bocca all’orecchio.

In un momento le armi spuntano ovunque. Un calzino diventa terribile quando contiene una boccia! Un prezzo di plexiglass preso da una finestra rotta è una spada che taglia come un rasoio.

Appena corre il primo sangue, i pazzi perdono l’autocontrollo. Ci sono piranha che girano per le sale cercando facili prede. Dopo gli scontri spuntano sempre due o tre che le hanno prese senza centrare nulla con gli incidenti iniziali. Un giovane con la testa rotta nel bagno dove lo hanno sorpreso mentre pisciava. Un ragazzo con dieci buchi da coltello, che non ha fatto nulla. (…)

Contro questo, neanche un prigioniero può riconoscere legge o giustizia. Neanche se è cieco. Loro vedono solo una gang opposta forte di tonnellate di stupidità, strutture di merda, rifiuto criminale di ogni responsabilità e umiliazioni arbitrarie. Una gang sempre pronta a fare il minimo possibile ed evitare ogni cambiamento, ogni disputa. L’individuo che entra in carcere ammanettato mani e piedi deve sapere che diventerà uno schiavo di un fangoso capo di guerra e dei suoi uomini armati. Il resto, cosi come anche i pettegolezzi sulla comunità carceraria, non è altro che stupidaggini per la galleria dei comitati parigini.” (Jean-Marc Rouillan)

Il fatto che la prigione sia l’istituzione più sadica della società capitalista è un fatto difficilmente contestabile. Ciò che si contesta quando ne oltrepassi i cancelli è l’assioma che dato che la prigione è un’istituzione inumana e oppressiva, il suo soggetto deve essere santificato.

Riteniamo utile dire alcune cose riguardo alla realtà della prigione e al modo in cui funziona, almeno per quanto abbiamo percepito finora, chiarendo ovviamente che da carcere a carcere ci sono differenze, cosi come da un padiglione all’altro dello stesso carcere. Quindi, ciò che scriviamo potrebbe applicarsi a vari gradi o anche per niente in altri casi.

Nonostante tutto ciò, una cosa è sicura e non cambia in base al carcere ed è il ruolo specifico che ha nella società capitalista. E’ lo spazio principale dove accade l’osmosi di primo grado della criminalità spontanea col crimine organizzato e in secondo grado del crimine organizzato con i “colletti bianchi”. Una connessione e una sovrapposizione che compone totalmente l’economia. E’ uno spazio dove disciplina, gerarchia e mediazione (di autorità formali e informali) sono consolidate e riprodotte in modo quasi assoluto nelle relazioni.

Il carattere punitivo del carcere non sta nella creazione di bravi cittadini ma persone che assumono e riproducono i suddetti valori nel loro funzionamento.

La prigione non è una comunità romantica di criminali, è una “comunità” imposta dalla giustizia penale. Infatti, persone di irrilevanti (tra loro) categorie sociali vengono fatte coesistere e relazionarsi. Lo scagnozzo, lo spacciatore di eroina, il tossico, l’autore di crimini passionali, il rapinatore di banche, il rapinatore di bar, lo scippatore, il killer prezzolato, il contrabbandiere, il killer involontario, il bombarolo, il “terrorista” (molti appartengono a più di una categoria), sono “riuniti” sotto il comune denominatore della criminalità, un raggruppamento fatto dalla giustizia penale, la giustizia punitiva del capitale.

Infatti, qualcuno crede che la comune esperienza di limitazione, oppressione ed esclusione di questa comunità alzi la volontà di lottare e resistere ma ciò è artefatto e falso. Ecco perché il sentire della comunità e la volontà di lottare sono svalutate dalla rassegnazione, apatia, razzismo, delega e mediazione.

La brutalità del capitalismo si riproduce anche in modi più sporchi in carcere. Dallo “spatholouro”(1) e il “legeni”(2) fino al “bravos”(3) e il “taxi” (4),* ogni prigioniero trova una posizione nella complessa gerarchia carceraria. Una posizione che è direttamente connessa al potere che ogni prigioniero ha.

In questo modo la disciplina e il controllo sono individualizzati, sia perché qualcuno è una spia e l’amministrazione ne ha bisogno, o perché fornisce una percentuale degli affari all’amministrazione, o perché ha gente fuori che può fare pressione, o perché è una figura pubblica, o perché è detenuto di lungo corso e ha influenza sugli altri detenuti. Ogni prigioniero vince la sua posizione nel sistema carcerario in base al potere di “negoziabilità” con l’amministrazione. E questo potere è definito dal grado di influenza che ha nei gruppi di detenuti che di solito hanno caratteristiche razziali o sono organizzati in base alla provenienza.

Generalmente la prigione è un mondo di equilibri, tra varie gerarchie e gruppi di detenuti, tra diversi poli di autorità di detenuti e guardie, tra prigionieri e amministrazione (sia come individualità che come totalità).

Questo, insieme ad altre varie ideologie ampiamente diffuse qui come fuori, con la paura e una varietà di fattori interni ed esterni porta molti detenuti ad uno stato di apatia. Essi rassegnatamente aspettano la fine della tortura, “attraversano la condanna” chiusi nel loro microcosmo tollerando molte volte insulti da parte di altri prigionieri e dell’amministrazione.

In verità abbiamo vissuto questo nei giorni successivi all’attacco alla guardia dato che le persone con cui avevamo relazioni amichevoli e avevamo condiviso una simpatia reciproca, sebbene condizionati dalla condotta dell’amministrazione e degli altri prigionieri non hanno avuto la possibilità di reagire, rimanendo praticamente al di fuori.

Ovviamente, l’apatia è perpetrata anche dalle grandi dosi di psicofarmaci, valvola di sfogo che inevitabilmente è creata dalla condizione di prigionia e dai mezzi di controllo, imposizione, profitto e rafforzamento dell’economia anche informale.

Nel contesto dei prima citati equilibri e data la condizione di esistenza di poli gerarchici di autorità all’interno del carcere, è importante cercare di chiarire a che livello si collegano queste due cose.

I gruppi in prigione non differiscono molto da quelli nel resto della società. Sono strutturati sia sulla provenienza o sulla “rete” di interessi, spesso entrambi.

C’è infatti un modo di organizzarsi (complicato in molti casi) basato sul potere di negoziabilità che abbiamo descritto prima, con relazioni piuttosto agili all’interno cosi come tra i gruppi, dove le decisioni per le questioni carcerarie principali vengono prese dai vertici della gerarchia. Un diretto risultato di ciò è ovviamente la frammentazione della “comunità” delle prigionieri, qualcosa che è supportato e promosso anche dall’amministrazione con la logica del “divide e impera” col fine ultimo, come sempre, di smussare il funzionamento della prigione.

* * *

Da parte nostra vogliamo chiarire ai nostri compagni fuori il modo in cui cerchiamo di muoverci qui e i motivi per i quali sta avvenendo ciò.

In carcere abbiamo conosciuto molta gente nuova, scambiato opinioni, siamo andati d’accordo e non, e abbiamo capito che una delle cose sulle quali concordiamo è stato il nostro desiderio di non essere assimilati e non accettare il carcere come uno spazio e un modo di funzionare. Per il noi il fatto che un anarchico rivoluzionario sia in ostaggio per un periodo di tempo non vuol dire che dimentica il motivo per il quale è entrato in carcere, né che si comprometterà con la situazione fino a quando uscirà. Infatti, indipendentemente dai punti di accettazione con i quali ci compromettiamo per necessità, non possiamo non resistere contro l’amministrazione e i gruppi autoritari cosi come le logiche della sottomissione e del cannibalismo che questi promuovono.

Abbiamo percepito chiaramente che il carcere è un luogo dove dominano le convenzioni, abbiamo sperimentato intensamente la nostra debolezza nello scontrarci direttamente col nemico, siamo cosi furibondi che anche i bisogni elementari come vedere i nostri cari sono mediati. La prigione come spazio e relazioni che la governano ha il suo modo di controbattere, isolare e individualizzare. La realtà condensata dentro le mura ci ha fatto tornare alle convinzioni e fatto tollerare situazioni che non avremmo neanche pensato fuori.

Ecco perché riteniamo molto importante creare una comunità con caratteristiche politiche. Una comunità che funzioni in modo antigerarchico, senza mediazioni con l’amministrazione –cioè, che non intenda trasformarsi in un altro mezzo di mediazione tra amministrazione e prigionieri– e riesca ad unire i prigionieri che sono sensibili a questi valori cosi come i compagni e le strutture fuori.

La comunità in nessun caso implica identificazione di idee. Visto che il suo fine è diffondersi dentro le mura e unirsi ai progetti anarchici fuori, sperimentare esperienze e percezioni. Essa mira alla nostra difesa contro le condizioni alienanti della nostra prigionia e all’attacco contro l’istituzione carceraria. Si prefigge di costruire relazioni basate non sulla cultura machista-carceraria delle bravate, come forza e imposizione, ma relazioni basate sul mutuo rispetto e sul riconoscimento delle differenze.

In base a ciò alcuni di noi insieme ad altri prigionieri hanno creato l’Iniziativa degli ostaggi anarchici a Koridallos e la Rete dei prigionieri anarchici. Queste due formazioni operano sull’iniziativa, che vuol dire una composizione non rigida su alcuni argomenti comuni mirati al nostro intervento, parole e azioni, in vari incidenti dentro e fuori il carcere. Inoltre promuoviamo la coordinazione e la cooperazione tra prigionieri in vari carceri in Grecia, anarchici o no, che riconoscono l’importanza e la necessità di azioni organizzate e aggressive contro le prigioni.

Una comunità di prigionieri anarchici può agire come catalizzatore e sabotare il funzionamento del carcere. In base alla composizione di ogni padiglione e al livello di rapporto che ha con l’amministrazione può causare esplosioni contro l’istituzione, cosi come può accettare l’oppressione dei prigionieri stessi al fine di mantenere l’equilibrio. Può sembrare a strano per chi sta fuori mala realtà del carcere è che se devi scegliere di attaccare una delle sue strutture e chi le rappresenta, devi prendere in considerazione non solo le reazioni dell’amministrazione e dello stato in generale, ma anche quelle dei prigionieri stessi. Questo ovviamente non vuol dire che smetteremo di continuare e cercare di condividere momenti di lotta con altre persone vere dentro e fuori le mura.

Non abbiamo bisogno di sottolineare quanto le condizioni di crisi economica, la polarizzazione sociale, l’apparizione di nuovi progetti rivoluzionari, la conseguente intensificazione dell’oppressione e la situazione sociale generale liquida continueranno sempre più a nutrire le prigioni con chi lotta o semplicemente chi è inutile per il capitalismo e lo stato.

Ciò che serve è capire che le prigioni sono un altro campo dell’intervento anarchico rivoluzionario e prepararsi a questo.

Yannis Michailidis
Grigoris Sarafoudis
Andreas-Dimitris Bourzoukos
Alexandros Mitrousias
Dimitris Politis
Fivos Harisis
Tasos Theofilou
Argyris Ntalios
Giorgos Karagiannidis
Babis Tsilianidis

* 1 – L’aspirante bullo; 2 – detenuto sottomesso a causa della sua posizione; 3 – lo scagnozzo; 4 – prigioniero di basso livello che viene pagato per commissioni come servo di altri prigionieri.

fonte / tradotto dall’inglese

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