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Parigi: Solidarietà con gli accusati dell’incendio di una pattuglia di polizia

paris

In seguito all’ipermediatizzazione di una vettura di sbirri incendiata sotto lo sguardo di una buona ventina di telecamere, sono state arrestate cinque persone, la sera stessa o il giorno dopo, accusate di quell’attacco tutto sommato abbastanza semplice, dato che come si sente spesso dire, tutti odiano la polizia, e accade quasi tutti i giorni che questa venga attaccata in diversi modi sul territorio. E specialmente in quel modo.

Alla fine del fermo una persona è stata rilasciata. Le altre quattro sono in stato di accusa per «tentativo d’omicidio volontario», «violenze volontarie a pubblico ufficiale in banda organizzata», «distruzione di bene pubblico in banda organizzata e partecipazione a un assembramento armato». Uno degli accusati deve anche rispondere del reato di rifiuto di prelievo genetico. Attualmente le quattro persone si trovano in custodia preventiva. Se le accuse altisonanti che sono rivolte loro («tentato omicidio») e la minaccia sconsiderata che le accompagna («ergastolo») non reggeranno un solo istante in caso di processo, servono comunque ad assicurare una custodia preventiva con la benedizione di qualche sadico in toga.

I media della democrazia, agli ordini, hanno svolto il loro ruolo, il loro zelo può essere paragonato soltanto al servilismo di fronte alla normalità e l’estrema violenza della pace sociale. Dare completa soddisfazione ai sindacati di polizia, che manifestavano quel giorno, sembra essere l’obiettivo secondario del ministero degli interni e del governo. Un po’ di sensazionalismo per il cittadino medio, un po’ di vendetta per i poliziotti, dissuasione per i/le ribelli. È dietro questo trittico ignobile che la ragione di Stato si è messa in azione contro qualche compagno, probabilmente scelti a caso su un annuario idiota della cosiddetta «ultra-sinistra», categoria inventata dallo Stato, che ha già dato luogo a decine di processi, arresti e carognate di tutti i tipi nel corso dell’ultimo decennio e ancora oggi (dato che il caso detto «macchina a espulsioni» deve ancora passare in tribunale e che divers* compagni sono ancora in stato d’accusa in quell’ampio dossier). Probabilmente lo stesso annuario che serve in queste ultime settimane a rilasciare divieti e soggiorni obbligatori, con la scusa dello stato d’emergenza democratica.

Oggi ci sembra necessario riaffermare tre posizioni importanti:

– In quanto rivoluzionar*, saremo sempre dalla parte di coloro che sfidano, profanano e attaccano l’ordine, e quindi anche le sue forze, in una prospettiva emancipatrice. Perché la rivoluzione non sarà fatta nei salotti con dei power-point, il folclore militante e dei filosofi noiosi, ma in strada con l’odio, il fuoco e la speranza.

– Quei/lle compagn* avrebbero potuto essere un* qualunque delle migliaia di manifestant* che hanno ridipinto le strade coi colori della gioia in questi ultimi mesi. Avremmo potuto essere noi o voi, tu o io. Questa repressione è quindi un attacco contro tutt* i/le rivoluzionar*, e come minimo, contro tutti coloro «che odiano la polizia» e che odiano il lavoro.

– Di conseguenza, la questione della «colpevolezza» o dell’«innocenza» dei/lle compagn* accusat* appartiene soltanto al potere, e lasciamo queste considerazioni e questo vocabolario da codice penale, che non sono e non saranno mai nostri, a chi ci sta di fronte (che siano sbirri, giudici avvocati o giornalisti). Questo gesto, chiunque sia l’autore, s’iscrive in una lunga tradizione di pratiche rivoluzionarie, e bisogna difenderle in quanto tali. Non si tratta di legittimare, giustificare o minimizzare questo attacco, ma di attaccare ogni principio di legittimità, ogni ingiunzione alla giustificazione e ogni moderazione nell’attacco anti-autoritario dei rapporti di dominazione, e degli agenti che proteggono il loro regno.

Affermiamo quindi la nostra solidarietà con gli/le accusat*, e soprattutto con il gesto che sono accusati di aver commesso, che, ricordiamolo, è un gesto del quotidiano, un gesto necessario per chiunque tenga alla propria libertà, e non un «evento spaventoso e ultra-violento», né «eccezionale» – l’unico elemento eccezionale potrebbe forse essere l’onnipresenza delle telecamere, e non soltanto dello Stato, e nemmeno dei giornasbirri, diversamente, per esempio, dai quartieri detti «sensibili» in cui tutto accade tranquillamente, senza effusioni né mediatizzazione, con regolarità. Ripetiamo nuovamente che le immagini sono un problema contro cui bisogna organizzarsi in maniera concreta. Altrimenti i/le ribelli continuerano a cadere come mele mature.

In una città come Parigi, che nel 2015 ha conosciuto una violenza cieca a cinque minuti dal Quai de Valmy, questa sì davvero spaventosa e scioccante, davvero violenta, davvero terrorista, piangere sulle sorti di un’automobile di sbirri, il cui ruolo consiste appunto di prenderle senza troppe conseguenze da chiunque rifiuti l’ordine del mondo, è indecente. Non lasciamo i/le compagn* sol* nel vortice mediatico-repressivo che vorrebbe fare di loro degli individui assetati di sangue e dei cannibali, o l’oggetto di sterili dibattiti «contro» o «a favore» della «violenza».

No, di fronte allo Stato e i suoi lacchè, sono nostr* compagn*, e noi siamo i/le loro.

Né verità né giustizia, complicità e rivoluzione.
La migliore difesa è l’attacco.
Libertà per tutt*.

24 maggio 2016 a Parigi, degli anarchici.

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