La Paz, Bolivia: Terzo comunicato di Henry Zegarrundo, ai domiciliari

Torno a scrivere col morale alto, con la forza che la solidarietà ha aumentato, con lo sguardo in avanti, con l’orgoglio di essere anarchico, con il piacere di vivere in armonia con le mie parole, dopo aver visto cosi da vicino tutta questa vicenda giudiziaria che protegge i/le ricchi/e e i/le nemici/che dei poveri, che utilizza i suoi mezzi più bassi come la montatura e i/le suoi/e servi/e infami, per accusare, criminalizzare, perseguire e imprigionare chi non si conforma.

Adesso mi trovo prigioniero dello stato benefattore del capitale dopo più di 8 mesi di arresto domiciliare totale, oltre agli 11 mesi di carcere. Questo tipo di reclusione domiciliare si potrebbe dire che è un “progresso” verso il recupero della libertà fisica, ma la mia abitazione è la mia cella, la casa dove vivo è la mia nuova prigione, il controllo della mia vita non è scomparso, la pena continua rendendo tributo alla società carceraria. Anche se questa forma di reclusione non è gradevole, la mia situazione non è comparabile assolutamente con quella di isolamento che vivono i/le nostri/e compagni/e rivoluzionarie/e prigionieri/e nel mondo, per questo, dobbiamo lottare con la fierezza necessaria dentro e fuori le carceri, fino a che tutti/e ritornino in strada, fin quando distruggeremo i muri delle celle di esseri umani e non.

Resta nel limbo del ridicolo l’accusa dell’esistenza di una “organizzazione terrorista con finanziamento internazionale e tentato omicidio”, noi, gli/le anarchici/che non hanno capi, ripugniamo l’autorità, perché essa si basa sul dominio e sull’assoggettamento, non abbiamo una forma di organizzazione gerarchica o verticale, cerchiamo l’associazione libera e l’affinità politica. Pratichiamo la solidarietà internazionalista, non solo verso i nostri fratelli e le nostre sorelle prigionieri/e, clandestini/e o perseguiti/e, anche verso il resto di chi sta nelle carceri, le quali sono state create, è chiaro, per proteggere il capitale. Il delirio statale continua a sostenere che esiste un finanziamento internazionale, con legami e rappresentanti, ognuno/a di noi – gli/le anarchici/che antiautoritari/e – si mostra a se stesso, ognuno/a di noi è parte della stessa lotta, nella quale non abbiamo capi, ma ci riconosciamo come compagni/e. Lo stato impone disperatamente il terrore, attraverso i suoi organi politici-giudiziari-polizieschi, esso castiga e accusa chi lotta per vivere libero dal capitale e dal etnocidio. Tutte le accuse sono sottoposte alle sue stesse leggi, e loro stessi/e – i/le repressori – sono sottoposti/e alle loro stesse leggi, sono loro stessi/e che manipolano, corrompono, rinviano e negano la loro tanta elogiata “giustizia”, che rappresenta solo il servilismo alla borghesia.

L’unico crimine che ho commesso è stato lottare qualsiasi forma di dominio, non mi penso di essere come e cosa sono, perché il pentimento è dar ragione al nemico; non mi pento di lottare contro la società di classe, perché essa è basata sull’ineguaglianza e sull’oppressione, aspiro solo a recuperare la mia mobilità e a mantenere la mia dignità.

Non mi dichiaro “colpevole o innocente”, perché farlo significherebbe entrare nel gioco del potere; questa baracca giudiziaria di persecuzione politica con le sue leggi borghesi reprime la libertà individuale di quelli che non accettano di vivere in questa società dittatoriale e autoritaria, che non vogliamo, e che anzi, ce l’hanno imposta.

E’ necessario combattere l’ordine stabilito, perché esso impone il servilismo e la sottomissione al capitale; non c’è bisogno di riforme o condizioni “idonee” per la rivoluzione, essa è un conflitto permanente. Il cosiddetto “processo di cambio o vivere bene” è solo un lato del nuovo colonialismo andino, globalizzatore e civilizzatore; è un proseguimento della continuazione di altri governi democratici e autoritari, perché ogni stato è servo del capitale. Bisogna alzare la testa e difenderci dal terrorismo e dalla violenza statale, violenza che dentro la società va dall’alto verso il basso, accettare di vivere nella sottomissione significa star dentro una prigione sociale e mentale, senza l’animo di ribellione contro l’assassino che elimina le nostre voglie di libertà, questo assassino, che utilizza i suoi metodi più degradanti e disprezzabili per distruggere chi lo affronta. E’ innegabile che in queste terre, in parte delle Ande si vive in una società basata sul capitale, sullo specismo, lo sfruttamento, l’etnocidio, il latifondo, vediamo come il neo colonialismo statale va distruggendo i popoli ancestrali, la terra e tutto ciò che vive sopra di essa, l’obiettivo dello stato è sfruttare, civilizzare e addomesticare per farci vivere come nei paesi “sviluppati”, non si può restar fermi davanti a ciò. La lotta anarchica/antiautoritaria è la lotta per non continuare ad essere servi/e del capitale, la nostra lotta è reale quando smette di essere teoria o lettera morta, si attiva appena rifiuta una vita passiva e sottomessa, quando nel quotidiano rigetta le imposizioni dello schiavismo sistematico. La passività verso il conflitto da parte della società punitiva è quasi totale, la maggioranza preferisce essere schiava e addormentata volontariamente, non vuole vivere libera, per paura o conformismo. Anche tra i/le poveri/e molte volte si riproducono le catene dell’oppressione, sfruttamento e autorità, a volte l’aspirazione ad uscire dalla povertà diventa affanno di ascendere al podio nella società, passare da sfruttati/e a sfruttatori/trici, o meno sfruttati/e di prima.

La lotta deve continuare per la Liberazione Totale, voglio esprimere il mio rifiuto alla legge dei “diritti degli animali” che il potere con il sostegno dei/lle cittadini/e benestanti sta sviluppando nel territorio dominato dallo stato boliviano, ogni legge regolerà la schiavitù, legalizzerà il dominio, la tortura, la perpetua autorità sugli animali; essi al pari di noi devono vivere liberi; una legge li condanne ad una condanna perpetua rafforzando la relazione di proprietà – schiavi, mascotte, prodotti da consumo. I “diritti degli animali” supportano l’esistenza della società carceraria, dove galere e gabbie sono il riflesso della miseria della coscienza e della solidarietà umana, lo stato si assicura solo che tale miseria nella società, noi vogliamo gabbie vuote, non più grandi.

Oltre le differenze politiche voglio salutare i/le ragazzi/e lavoratori/trici che sono stati repressi/e e bersaglio dei gas da parte delle “forze dell’ordine” a La Paz lo scorso 18 Dicembre; agli/lle adulti/e “vittime della dittatura” colpiti/e anche dai gas dal regime democratico in piazza Murillo il 19 Novembre; a Martha Montiel e a chi lotta per il recupero delle salme dei familiari uccisi e desaparecidos; alla resistenza del TIPNIS; ai/lle guaranì, takana, aymara, quechua, uru, chipaya, weenhayek, e ai popoli dell’Amazzonia, Chaco, Valles e Altiplano, che lottano per non far parte di questo mondo civilizzatore, addomestico e subiscono il costante attacco statale e l’invasione di latifondisti e imprenditori.

Saluti ai/lle guerrieri/e in Italia, Spagna, Indonesia, Germania, Francia, Canada, Stati Uniti, Brasile, Uruguay, Argentina, Perù, Grecia, Regno Unito, Olanda, Croazia; in Messico a Mario Gonzales, Fallon, Amelie e Caros; libertà per Monica, Francisco e gli/le altri/e accusati/e a Barcellona, Juankar Santana Martin, Manuel Pinteno, Gabriel Pombo da Silva in Spagna; Marcno Camenish in sciopero della fame in Svizzera; Thomas Meyer Falk in Germania; Ilya Romanov in Russia, ai/lle compas in Cile che lottano contro questa nuova gestione repressiva della democrazia; in Argentina ai/lle compagni/e detenuti/ del popolo kolla che hanno ottenuto lo spostamento della gara Dakar a Jujuy, alle donne in lotta contro la repressione nel carcere di Ezeiza; a chi resiste in carcere mantenendo intatta la propria convinzione, ai/lle compagni/e che utilizzano lo sciopero della fame come azione solidale e forma di lotta nelle carceri del Messico, Grecia, Svizzera e Cile; Saluti a Gustavo Rodriguez e Alfredo Bonanno deportati dai regimi capitalisti; mi scuso per aver tralasciato alcuni nomi. Memoria combattiva per chi è caduto combattendo, e un enorme abbraccio complice a chi è clandestino, forza e coraggio!

Un eterno ringraziamento ai blog di controinformazione che hanno seguito e diffuso la mia situazione, a tutti/e i/le solidali che di propria iniziativa hanno fatto si che l’eco delle loro azioni rompesse l’isolamento per darmi un sorriso. Contro la società carceraria e i/le suoi/e infami, sempre in questa guerra sociale contro la società di classe, il capitale, l’autorità, l’isolamento e le imposizioni.

Liberazione totale subito!

Henry Zegarrundo
Anarchico/Antiautoritario

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