Parigi: Qualche considerazione su un progetto di lotta per la distruzione delle frontiere

Parigi 13 settembre 2015

Assistiamo ogni giorno a un’intensificazione del massacro perpetuato dalle frontiere degli Stati. Migliaia di uomini e donne che fuggono dalle guerre, la miseria e le catastrofi ecologiche, conseguenze dirette dello sfruttamento delle materie prime, e persone ridotte allo stato di materie prime. Assistiamo quotidianamente a ciò che somiglia sempre di più a un’ecatombe, alle porte dei luoghi dove viviamo, e ci abituiamo a essere spettatori dell’orrore di questa normalità.

Di fronte a questa massa di esseri umani che, rischiando la loro vita, sfidano le frontiere e affrontano i cani da guardia dell’Europa, gli uomini di Stato si riempiono la bocca di discorsi sui valori democratici e proclamano la necessità di regolarizzare una parte di loro, stabilendo i criteri necessari per smistarli, selezionare la buona mercanzia e respingere quella avariata. Si stabiliscono delle politiche comuni, si costruiscono grandi centri di smistamento, si rinforzano gli apparati burocratici e militari e la sorveglianza delle frontiere. Frontiere che oggi non sono solamente dei limiti territoriali tra Stati, ma che si materializzano anche nei controlli e nelle retate, nei trasporti pubblici e nelle stazioni, sui posti di lavoro e nei rapporti di sfruttamento, agli sportelli di banche ed amministrazioni, nei centri di detenzione amministrativa e nel lavoro dei gestori umanitari.

In questi ultimi mesi, nelle strade di Parigi, centinaia di uomini e donne hanno vissuto sulla loro pelle l’accoglienza dello Stato francese. Cacciat* da ogni piazza, da ogni strada, da ogni parco, da ogni ponte sotto cui cercavano di trovare rifugio, picchiat* e intossicat* con il gas dagli sbirri perché continuavano a restare insieme. Questa situazione ha portato alla creazione di “gruppi di sostegno” da parte di cittadin*, vicin* e militant* di diverse estrazioni. Tra loro, alcuni individui sinceri per i quali l’aiuto è un fine in sé, animati dalla rabbia o l’indignazione, ed altri, rappresentanti di partiti o di organizzazioni umanitarie, per i quali i migranti costituiscono un mezzo per accrescere la propria visibilità nelle strade e nei media, aumentare il proprio potere politico e così ottenere maggiori finanziamenti pubblici e privati. Nel complesso, questi gruppi hanno cercato di fornire sostegno materiale e appoggiare politicamente le rivendicazioni portate dalla maggior parte di questi uomini e donne: le loro richieste di asilo e di alloggio. Rivendicazioni che invocano i diritti dell’uomo e considerano come interlocutore lo Stato. Quello stesso Stato che, più o meno direttamente, è implicato in sanguinosi affari nei loro paesi di origine, che li massacra alle frontiere e che li bracca perché dormono per strada, accogliendoli con gas e manganello per sbarazzare la vetrina turistica che è Parigi da questa gentaglia.

Probabilmente, molt* di loro riusciranno a ottenere i documenti e a farsi scannare per le vie legali dello sfruttamento del sistema economico francese, grazie a mobilitazioni più o meno cittadine. Molt* altr* continueranno a morire alle frontiere o resteranno nella massa di indesiderabili agli occhi del mercato e dello Stato, condannati alla miseria e la repressione.

Fino a quando esisteranno gli Stati e le loro frontiere, ci saranno dei/lle sans-papiers indesiderabil*, fino a quando ci saranno guerre e lo sfruttamento capitalista continuerà, milioni di persone non avranno altra scelta che esiliarsi per sopravvivere. Fino a quando esisteranno i documenti, la cui sola ragione di esistere è il controllo del bestiame umano, la gestione degli inclusi e degli esclusi, certi avranno i “buoni” documenti e altri i “cattivi”, e altri ancora non li avranno affatto, essendo gli Stati a gerarchizzare le vite umane secondo i propri criteri. È per questa ragione che allo slogan “documenti per tutti e tutte”, noi preferiamo questo slogan irragionevole, “né documenti né frontiere”, che non chiede nulla agli Stati, auspicando piuttosto la loro distruzione, poiché non saremo mai liberi fino a quando ognuno e ognuna non potrà vivere come preferisce e andare laddove le sue scelte lo portano.

D’altra parte, nessuno scappa alle grinfie del capitalismo. Gli sfruttati e le sfruttate si confrontano ovunque alla violenza dell’economia e dello Stato, ed è la stessa logica di sopravvivenza che uccide a fuoco lento i nostri corpi e nostri spiriti. È la ragione per cui vogliamo far saltare le barriere (e il linguaggio stesso forma la parte più visibile dell’iceberg) erette tra un “noi” immaginario e i “migranti”. Uscire definitivamente dalla logica del “sostegno” che apporta assistenza a un soggetto creato sulla base di una discriminazione positiva, incarnando la figura dell’oppresso per eccellenza. È proprio facendo di una molteplicità di uomini e donne un tutto omogeneo che si dimentica che hanno traiettorie e idee differenti. Ed è proprio sulla base di tali differenze che possiamo condividere momenti di complicità e di lotta, poiché come ogni oppresso, un “migrante” può rivoltarsi contro la sua condizione o servire fedelmente i suoi oppressori per ottenerne dei vantaggi.

Noi apprezziamo e valorizziamo l’aiuto reciproco che comprendiamo come uno slancio del cuore ma, in una prospettiva liberatrice, questa forma di solidarietà non può sostituirsi alla necessità dello scontro con gli uomini e le strutture dello Stato, la polizia e il controllo. Non può insomma accontentarsi degli ingranaggi democratici, mettendo da parte con il pretesto dell’urgenza, l’insieme multiplo e variegato degli atti di rottura – o almeno che tentano di crearne una – con l’ordine esistente. In caso contrario, ciò equivale ad aiutare lo Stato nel suo lavoro di gestione, ad assicurare dei servizi in sua assenza, a impedire che la situazione diventi realmente incontrollabile. Poiché è questo ciò che teme – e a ragione – lo Stato.

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Ciò che ci muove è l’idea di un mondo senza Stato né dominazione, dunque concretamente la loro distruzione, così come l’idea di un mondo libero dal capitalismo, dunque concretamente la sovversione dell’insieme dei rapporti esistenti. Queste idee, a priori minoritarie, non sono un fagotto da aprire di tanto in tanto per rassicurarci o darci una speranza nel marasma quotidiano, ma costituiscono la nostra bussola. Per quello che riguarda la rivolta, la rabbia, la ribellione, l’insubordinazione, nelle diverse forme in cui esse si esprimono, sappiamo che sono reazioni diffuse e numerose,  proprie dei diversi antagonismi che attraversano la società. Queste due parti di noi sono inseparabili: non siamo disposti a mettere da parte le nostre idee per aggregarci, per esempio, a un momento di lotta collettiva; e allo stesso modo non storciamo sempre il naso di fronte a una lotta di cui non condividiamo necessariamente l’insieme dei mezzi e dei contenuti. “Io cerco una forza, poiché l’idea fa solo il suo compito. E se l’idea propone, la forza dispone”, diceva una volta un rivoluzionario. Secondo noi, questa – mal nominata – forza è la conflittualità sociale stessa, e si pone dunque la questione del nostro intervento all’interno di questa conflittualità.

Non cerchiamo alcuna legittimità, poiché anche quando avviene indirettamente, è il  potere che differenzia ciò che è legittimo da ciò che non lo è. La legittimità è dunque il riflesso di una sottomissione all’autorità, e quella della maggioranza (la cosiddetta “opinione pubblica”) non è meno temibile. Poiché la legittimità è per l’opinione pubblica ciò che la legalità è per lo Stato, cioè la negazione dell’auto-determinazione delle nostre vite. Una rivolta legittima è incapace di sabotare i fondamenti della società, propone solamente una ridefinizione della società fondata sul mito di uno stato e di leggi più “umane”, di una giustizia più “giusta”, di un’economia più “ugualitaria” e attende un riconoscimento dall’”opinione”.
Lontani da ogni opportunismo politico, il nostro intervento in una lotta sociale deve farsi sulle nostre proprie basi: noi non lottiamo per “aiutare i migranti ad ottenere i documenti”, ma contro la dominazione degli Stati su tutti e tutte. Avere una presenza nelle strade non per esserne in testa, e nemmeno per offrire un servizio a chicchessia, senza chiarezza sulle nostre idee, diluendole o concentrandole secondo il nostro comodo, ma per diffondere idee e pratiche insurrezionali, per avanzare nella prospettiva di una rivoluzione sociale.

Per poter governare, ogni potere ha bisogno di creare delle categorie e di produrre delle divisioni che gli sono utili, assegnando a ciascuno dei ruoli che costituiscono altrettante catene destinate a favorire la servitù e l’assoggettamento. Come abbiamo già detto, noi vogliamo far saltare le barriere instaurate dal potere ed è per questo che non è l’appartenenza per default di tale individuo a tali supposte comunità – siano nazionali, culturali o etniche – o categorie (immigrati, clandestini, sans-papiers, devianti, fuorilegge, lavoratori, disoccupati, diplomati…) a condizionare i nostri rapporti con loro, bensì  il modo in cui essi si relazionano a tali appartenenze. Ciò che conta per noi è l’impegno, le posizioni, le scelte e i rifiuti che degli individui reali adottano in situazioni particolari, così come le ragioni che li animano.

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Qualche anno fa, in Francia, la “lotta contro la macchina delle espulsioni” aveva un vantaggio che la lucidità ci fa riconoscere oggi con amarezza come obsoleto: quello della chiarezza. Gli incendi volontari dei centri di detenzione amministrativa (quelli di Vincennes, Mesnil-Amelot, Nantes, Plaisir, Bordeaux, Tolosa), le evasioni, le manifestazioni, l’appoggio agli accusati dell’incendio di Vincennes, i volantini, i manifesti e i molteplici attacchi, tutto questo – leggiamo oggi su un bollettino dell’epoca – non lasciava spazio ad equivoci: “o lottiamo contro i centri di detenzione e niente di meno che per la loro soppressione, come lo hanno sperimentato una parte dei sans-papiers a partire dalla loro situazione concreta, o desideriamo mantenerli”. La distruzione volontaria del centro di Vincennes ha “portato via con sé la sua vernice umanitaria: i reclusi hanno lottato praticamente per una rimessa in libertà pura e semplice, e non per un miglioramento di questa gabbia situata tra una scuola di polizia e un ippodromo”.
La questione della solidarietà poteva non solamente superare la semplice affermazione, ma anche proporre un altro percorso rispetto a quello del sostegno. Mirando all’insieme della macchina delle espulsioni e non ai soli centri di detenzione, ed esprimendo un contenuto chiaro che non si poneva in esteriorità, le azioni inserite nell’antagonismo diffuso potevano aprire un cammino a una solidarietà risolutamente offensiva.

Attualmente, almeno negli ultimi mesi, le nostre idee non hanno avuto abbastanza eco e non abbiamo contribuito sufficientemente con i nostri atti  a sovvertire una situazione che era potenzialmente ricca di possibilità. Non siamo riusciti a influire abbastanza affinché la rivolta prenda il sopravvento sulla logica del sostegno. D’altra parte – contrariamente agli anni riassunti qui sopra – gli atti di rivolta ai quali vogliamo esprimere una solidarietà offensiva sono stati rari.

Ma la rivolta è latente, a volte scoppia e non conosce frontiere come mostrano gli avvenimenti recenti: il 22 agosto dei migranti venuti dalla Grecia si scontrano con la polizia macedone alla frontiera tra i due paesi. Mentre due giorni prima era stato dichiarato lo stato di emergenza, l’esercito e le forze speciali di polizia inviate sul posto non sono in grado di arginare la situazione. Coloro che riescono a passare prendono d’assalto la stazione di Gevgelija per recarsi in treno in Serbia. A Calais (Francia), la notte del 31 agosto, dopo l’arrivo del primo ministro, 200 persone corrono sull’autostrada d’accesso al sito dell’Eurotunnel e la bloccano. Il 3 settembre delle persone bloccano l’entrata del centro Jules-Ferry  (gestito dall’associazione La Vie Active) dove ha luogo la distribuzione dei pasti, protestando contro l’aiuto umanitario e le condizioni di vita nelle quali sono mantenute. Qualche giorno più tardi, al centro di detenzione di Saint-Exupéry vicino all’aeroporto di Lione, dei detenuti ammassano materassi e lenzuola e accendono un fuoco. Respingono le guardie, distruggono mobili e vetrate, mentre due persone salgono sul tetto per evadere. Nello stesso periodo a Roszke, in Ungheria, un migliaio di migranti forza un cordone della polizia rifiutando di essere condotti a un centro di accoglienza e identificazione nelle vicinanze. Una parte di loro scavalca una barriera per accedere all’autostrada che porta a Budapest e continuare il tragitto a piedi. A Bicske (Ungheria), dei migranti saliti su treni pensando che si dirigessero in Germania rifiutano di essere deportati quando comprendono che questi treni hanno per destinazione dei centri di identificazione e di smistamento. Il 5 settembre, sull’isola di Lesbos, in Grecia, per il secondo giorno consecutivo dei migranti si scontrano con la polizia. Qualche ora prima, un migliaio di loro era uscito da un centro di accoglienza temporanea e aveva bloccato una strada dell’isola. Sempre a Lesbos, un migliaio di migranti si è raggruppato e ha tentato con la forza di salire un una barca in direzione di Atene. Il 6 settembre a Valencia (Spagna), una quarantina di prigionieri del centro di detenzione si  ribella contro gli sbirri e riesce a impadronirsi delle chiavi. Un gruppo cerca di evadere mentre all’interno vengono incendiati dei materassi, del materiale viene distrutto e cinque sbirri feriti. Il 7 a Bedford, in Inghilterra, delle donne detenute nel centro di detenzione  Yarl’s Woos occupa il cortile e dichiara “Siamo in cortile e protestiamo (…). Esigiamo la nostra libertà. Cantiamo per la nostra libertà. Gridiamo (…). Non vogliamo il loro cibo. Non vogliamo le loro attività. Vogliamo semplicemente la nostra libertà”.

Ogni settimana porta con sé la sua quota di morti che ci torce le budella e ci spacca il cuore.  Di fronte a quest’orrore in cui sono immerse  centinaia di migliaia di persone, di fronte a questa guerra di tutti i giorni che costituisce il capitalismo, è la nostra rabbia contro questo mondo e la vita al ribasso che ci promette che si acuisce di giorno in giorno. Ma, come è stato già detto in passato, noi non siamo solidali della miseria, bensì del vigore con il quale gli uomini e le donne non la sopportano: alla solidarietà nell’oppressione noi opponiamo la complicità nella rivolta. Allora, pur faticando a trovare delle prospettive offensive concrete a cui esprimere una solidarietà particolare, vogliamo comunque credere che sia possibile pensare a tali prospettive per esprimere un rabbia – che d’altra parte non ha bisogno di tali prospettive per esprimersi – che noi sappiamo essere diffusa, e che per questa ragione potrebbe aprire la via a dei momenti di scontro e rottura con l’ordine esistente. E durante questo percorso, una volta sbarazzati del racket politico, della vernice umanitaria, di questa putrida indignazione del cittadino “che si lamenta ma che vuole il mantenimento del sistema” – vera chiave di volta della servitù democratica – si creeranno occasioni in cui la solidarietà potrà acquisire una maggiore portata.

“Dire che nulla può cambiare, che non possiamo deviare la marcia del destino, è l’incentivo accordato a tutte le nostre debolezze”.

“Non esistono cose fatte, vie preparate, non esiste modo o lavoro finito, grazie al quale tu possa pervenire alla vita. Non esistono parole che possano darti la libertà: poiché la via consiste precisamente a creare tutto a partire da sé stessi, a non adattarsi ad alcuna via. La lingua non esiste ma tu devi crearla, devi creare il suo modo, devi creare ogni cosa: affinché la vita sia la tua”.

Non c’è alcuna buona ragione di attendere per compiere ciò che il nostro cuore e la nostra ragione suggeriscono, né movimento sociale, né appuntamento con la storia. Se rifiutiamo di rinviare la diffusione delle nostre idee e delle pratiche che ne derivano a ipotetici domani più propizi, sentiamo allo stesso tempo la necessità di contribuire a creare le condizioni che rendono possibile un capovolgimento dell’ordine sociale, un fatto sociale ancora sconosciuto, imprevedibile ma devastante.

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