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Marco Camenisch: Nanotecnologia e trasparenza

nanoargento

Di seguito una traduzione del compagno Marco Camenisch dal lager Lenzburg di Svizzera sulle nanotecnologie e il nano argento. Lasciamo la sintesi, la traduzione e i commenti così come li abbiamo ricevuti:

Dalla WOZ n. 22, 30 Maggio 2013, cultura/scienze, trad. M.C., Lenzburg, Maggio 2013

NANOARGENTO PERICOLO MUTANDE

L’industria produce sempre di più beni di consumo che contengono del nanoargento. Ma la maggior parte di questi beni di consumo non sono né utili né sensati. Semmai sono una minaccia per l’ambiente.
Di Franziska Meister

È calato il silenzio sul clamore attorno alla nanotech. Nuovi materiali con nuove proprietà dovrebbero diffondersi grazie a minuscole nanoparticelle. Molto reattive. Dove sono finiti, questi nuovi materiali?.

La risposta sorprende: i nanomateriali sono approdati nel nostro quotidiano già da tanto tempo, anzi, sono penetrati nella sfera più intima. Per esempio il nanoargento. Con il nanoargento ci laviamo, ci puliamo i denti, lo spalmiamo sotto le ascelle ed in faccia e su tutto il corpo fin nelle zone più intime, e ce ne vestiamo dai calzini fino alla biancheria intima e le scarpe. Lo usiamo per cucinare ed imballare gli alimenti. Poiché il nanoargento disinfetta, uccide i funghi. I batteri ed altri micro-organismi. La carne dura più a lungo sotto una pellicola di nanoargento, sterilizza le stoviglie, i nostri calzini non puzzano – noi non puzziamo.

Con l’igiene si fa buoni affari. A livello mondiale, nessun altro nanomateriale è utilizzato in tanti prodotti di consumo come il nanoargento. Negli anni più recenti, il tasso di crescita del suo utilizzo ha avuto un’impennata mai vista. L’impiego annuo mondiale di nanoargento è valutato più di le trenta tonnellate, in Svizzera ci sarebbe una produzione annua di circa tre tonnellate. Un terzo è lavorato nell’industria tessile. Questo in Europa fa, dopo la Germania, della Svizzera la seconda produttrice di nanoargento per tessili.

Ma l’affare con le nostre esigenze igieniche ha il suo rovescio. Un numero sempre più grande di studi dimostrano che, seppur con velocità diverse, il nanoargento è completamente slavato. Come ha dimostrato l’Empa, l’istituto federale di collaudo e di ricerca dei materiali, per certi tessuti possono bastare pochi lavaggi in lavatrice ed il nanoargento non c’è più. Anche le facciate perdono subito il loro strato anti-putredine che dovrebbe tener lontano i parassiti: secondo uno studio svizzero circa il trenta % del nanoargento entro un anno si ritrovava nello scolo della facciata, dopo due anni e mezzo il nanoargento era assente.

Che succede nell’acqua?

Perciò gran parte del nanoargento proveniente dai beni di consumo finisce nell’acqua: passando per le canalizzazioni finisce negli impianti di depurazione o direttamente nel laghi e fiumi. E questo è un problema. Poiché il principio attivo del nanoargento è basato sul fatto che in soluzione acquosa isola degli ioni d’argento. L’effetto tossico vero e proprio sui batteri viene da questi ioni e non si ferma nemmeno davanti ad altre vite acquatiche. “Abbiamo collaudato delle particelle di nanoargento di diverse misure in diversi rivestimenti” dice una ricercatrice della ETH (politecnico federale), “ il risultato era sempre uguale: gli ioni d’argento delle nanoparticelle hanno un effetto tossico acuto sulle alghe”. E le alghe stanno sempre all’inizio della catena alimentare acquatica.

Nell’ambito del programma nazionale di ricerca “Chances e rischi dei nanomateriali” il suo team esamina in ambiente reale l’effetto delle particelle di nanoargento sulle comunità acquatiche come le alghe, le muffe ed i micro-organismi. “Osserviamo una grande suscettibilità delle alghe verso gli ioni d’argento” dice la ricercatrice. Nelle comunità di alcune muffe e di alcuni funghi nei tempi più lunghi cambiarebbe la varietà dei funghi e dei batteri. Le ricerche di tale complessità sono finora molto rare, come anche gli studi fatti su varie generazioni d’organismi acquatici – mentre senza questi studi non si può valutare la possibile pericolosità ambientale del nanoargento, sottolinea la ricercatrice.

Ma in quale misura il nanoargento penetra davvero l’ambiente?. Anche su questo non esistono dati attendibili, tra l’altro perché è molto difficile rilevare le nanoparticelle nell’ambiente e di misurarne la quantità Tuttavia un collega della ricercatrice ha potuto dimostrare in uno studio recente che gli impianti di depurazione possono ritenere circa il 95% del nanoargento. Già nell’acqua di scarico una parte delle nanoparticelle si trasforma in solfuro d’argento salino. “Grazie a questo la loro tossicità cala molto, poiché non emanano quasi più nessuno ione d’argento” dice il ricercatore. “le nostre preoccupazioni iniziali erano proprio che, tuttora antibatteriche, le particelle di nanoargento danneggiassero il residuato”.

Infatti, vari studi hanno dimostrato che le particelle di nanoargento rimangono attive anche nel residuato. Dove ostacolano il lavoro dei batteri nitrificanti che sono addetti all’eliminazione della sostanza tossica nell’acqua. Se al contrario che in Svizzera, questi residuati non sono bruciati bensì sparsi sui campi come fertilizzante, secondo uno studio USA possono essere addirittura più tossiche ancora. “Facendo questi esperimenti il nanoargento è direttamente versato nel residuato”, dice il ricercatore. “Questi esperimenti non si possono equiparare alle condizioni reali, poiché le nanoparticelle d’argento hanno una storia, e quella inizia già nella canalizzazione”:

Attenzione: batteri multiresistenti!

Parlando di storia: quanto innocuo è davvero se ogni giorno curiamo il nostro corpo con dei cosmetici al nanoargento e lo vestiamo in biancheria antimicrobi?. L’ufficio federale, sulla sua piattaforma d’informazione sui nanomateriali e salute dichiara che nel caso del nanoargento non si potrebbe presumere una pericolosità per l’uomo.

Mentre in Germania l’istituto tedesco federale per la valutazione dei rischi è più prudente. Riporta studi sugli animali che dimostrerebbero danni alla flora intestinale causati da grandi dosi di nanoargento, si ammassa nel fegato e nella milza dove aggredisce le cellule del sistema immunitario. Solo da singoli casi riportati sarebbe finora deducibile che esiste un certo potenziale tossico anche per l’uomo, anzitutto con l’assunzione di medicinali contenenti del nanoargento. “Purtroppo sappiamo ancora troppo poco sul potenziale dannoso alla salute del nanoargento”, dice il bilancio di un ricercatore dopo una conferenza internazionale d’esperti tenuta nel febbraio 2012. “Perciò, adesso, non siamo in grado di valutare scientificamente il rischio sanitario per il consumatore”. L’istituto tedesco si mostra preoccupato anzitutto per il pericolo che un’applicazione vasta di dosi basse di nanoargento nei prodotti quotidiani potrebbe portare ad una diffusa formazione di resistenza contro gli antibiotici. Così l’impiego diffuso di nanoargento potrebbe diventare un pericoloso bumerang per l’uomo.

Esattamente questo dimostra uno studio di recente pubblicazione dell’università di New South Wales in Australia: nell’esperimento, il nanoargento uccide effettivamente il batterio preso di mira, escheria coli, che è uno dei più noti responsabili di malattie infettive. Ma nello stesso tempo provocò una crescita aggressiva d’alcune batteri bacilliformi. E questi non solo sono resistenti agli ioni d’argento, ma possono anche diffondersi molto velocemente nell’aria e trasmettere ad altri micro-organismi queste loro proprietà di resistenza.

“L’effetto antimicrobi del nanoargento non funziona per tutti i batteri”, dice una ricercatrice, “e se i beni di consumo contenenti il nanoargento si diffondono sempre di più, a lungo andare potrebbero verificarsi gli affetti contrari”. Questi li teme anzitutto per l’ambito sanitario, dove dopo applicazioni di nanoargento si sono già riscontrati dei germi resistenti, per esempio nella fora cutanea, dopo averlo impiegato nella cura delle ustioni.

Anche per questo motivo. L’istituto tedesco consiglia esplicitamente alla rinuncia dell’utilizzo di nanoargento in “prodotti di grande consumo”. In modo particolare considera criticamente la continua diffusione dei tessili che contengono questa sostanza attiva antimicrobica.

Più i danni che gli utili

“Sono in circolazione molti prodotti che contengono il nanoargento”, dice anche un ricercatore, “ e saranno sempre più numerosi. È davvero giustificato? ”. Il ricercatore esprime dei dubbi sul preteso effetto antimicrobico nei vestiti. “Il nanoargento è molto dinamico ed instabile”, avverte ed indica degli studi che hanno dimostrato che nella normale aria dei laboratori le particelle di nanoargento si solfurizzano totalmente entro due sole settimane e perciò non emettono più nessun ione d’argento. Anche in un’umidità dell’aria dal 50 al 60% si trasformano velocemente. “L’effetto antimicrobo potrebbe velocemente sgonfiarsi anche con il solo portare i vestiti trattati”, dice il ricercatore. Noi, letteralmente, trasudiamo nanoargento. “Sarei, per principio, già molto prudente anche se solo dicessi che tali tessuti effettivamente agiscono nei tempi lunghi”.

E poi: ma chi va a cambiare le proprie abitudini di lavarsi solo per i vestiti antibatterici?. Chi porta le sue mutante fornite di nanoargento una settimana invece di un giorno?. Secondo il ricercatore: “Si dovrebbe lasciare al consumatore la decisione se vuole questi tessili o non li vuole. E per questo ci vuole assolutamente l’etichettaggio”.

L’EU ha deciso. Da quest’estate i cosmetici, e dalla fine del 2014 i generi alimentari, devono essere provvisti di una rispettiva nota. L’istituto tedesco promette che con la rielaborazione dell’ordinamento EU sui biocidi dovrebbero essere provvisti di etichetta anche i tessili lavorati al nanoargento.

E in Svizzera?. Il consiglio federale vuole esaminare un’etichettatura. Proprio ora, un nuovo studio di un centro per la valutazione degli effetti della tecnologia con il titolo “Nanomateriali: effetti sull’ambiente e sulla salute”, raccomanda l’introduzione dell’obbligo all’etichettaggio ed alla dichiarazione “nei settori del consumo di massa”. E “per l’impiego non specifico di nanoargento nei beni di consumo” suggerisce addirittura “un divieto di messa in circolazione”.

I giorni contati per le mutande microbiotiche?.

II trad: secondo la NZZ 31 Maggio 2013, e lo stesso “Centro…” cui sopra, non sembra….

Moratoria nano non necessaria.
Valutazione sulle conseguenze della tecnologia raccomanda ricerca sui rischi per i nanomateriali.

Le nanoparticelle offrono grandi chances per il miglioramento dei prodotti. Ma possono mettere a rischio la salute e l’ambiente. Nonostante tutto, non è necessario alcun attivismo da parte del legislatore.
L’emergenza di una nuova tecnologia suscita di solito una richiesta di moratoria. Come anche per la nanotecnologia, che lavora con piccolissime particelle. Anzitutto l’ONG ETC Group lotta per una moratoria immediata per la produzione commerciale di nanomateriali. D’altro avviso è il Centro per la valutazione degli effetti della tecnologia (TA-Swiss). Presentò un grande studio sugli effetti dei nanomateriali sull’ambiente e sulla salute, studio finanziato anche dall’ufficio federale per l’ambiente.

“Una moratoria sarebbe, attualmente, controproduttiva”, disse l’emerito professore in medicina Peter Gehr. Il livello di conoscenza di come le cellule umane, animali e delle piante reagiscono ai nanomateriali si sarebbe, negli ultimi anni, migliorato. Anche se sono rimaste delle “critiche lacune di conoscenza”: si saprebbe poco d’eventuali effetti nei tempi lunghi sulla salute umana e sull’ambiente. Perciò sarebbe necessario continuare con la ricerca sui rischi, ma un allarmismo sarebbe fuori luogo, disse Gehr. Una moratoria non risolverebbe i problemi esistenti. Decisivo sarebbe una gestione dei rischi eticamente responsabile. Le chance dei nanomateriali andrebbero sfruttate solo laddove i nuovi rischi sarebbero ragionevolmente ammissibili per chi ne subisce l’esposizione. Potrebbero essere limitati i nanoprodotti che dal punto di vista tossico sarebbero problematici. Ma che sarebbe anche un rischio il non utilizzo delle chance della nuova tecnologia, disse Gehr.

Martin Moller, attore principale dello studio, vede delle chances per esempio nell’ambito della protezione del clima. Dice che l’impiego dei nanomateriali potrebbe abbassare il fabbisogno di materiali e d’energia dei beni e perciò contribuire alla riduzione delle emissioni di CO2 e che dovrebbe iniziare qui la promozione della ricerca per istituire un centro di gravità “Protezione del clima e nanotecnologia”.

In Svizzera non si producono nanomateriali in grande scala industriale. Ma sono in ogni modo già diffusi, per es. nei colori e nelle vernici per la protezione dei raggi ultravioletti, nelle creme solari, come aggiunta antimicrobica nei tessili e nelle confezioni alimentari, nelle racchette da tennis e nei telai per biciclette come anche da coadiuvante alla scorrevolezza degli alimenti. Tuttavia, per il consumatore è quasi mai visibile dove sono contenuti i nanomateriali. Ta.Swiss, il cui lavoro è consigliare la politica, raccomanda perciò l’introduzione di obblighi d’informazione e d’etichettatura per i prodotti di consumo come i cosmetici e gli alimenti. Si dovrebbe anche riflettere sull’introduzione di un “registro dei prodotti nano”. Una “Lex Nano” non sarebbe però necessaria. Nella legislazione sarebbe da osservare la conciliabilità con le regole EU.

II trad: questo “studio” o meglio questo pezzo di propaganda di stato di questi campioni federali del tecnototalitarismo e solita combriccola scientifica, politica, industriale e ONG in salsa CH si può reperire come E-Book su vdf.ethz.ch Con gli ingredienti sempre uguali: sottacere mentire, incredibili contorsioni logiche, le minacce con “tanto siamo noi che decidiamo”, con le “chances” per la salute e per l’ambiente, “inoltre (qui i nanomateriali) ci sono già e basta”, “truffiamoci con la democraticissima etichettatura”…, ecc. – e guai a scocciarli, questi grandi benefattori umanitari e democratici!, e foss’anche solo con quel teatrino legislativo pseudodemocratico di una moratoria.
Dal quotidiano CH “Landbote”, 31 maggio 2013, sintesi/trad./commenti mc, Lenzburg, giugno 2013

NANOPRODOTTI: PRESTO PIÙ TRASPARENZA?

Berna. Molti consumatori non sono abbastanza informati sulle possibili conseguenze dannose dei nanomateriali. Un nuovo studio di TA-Swiss raccomanda una migliore marcatura.

I nanomateriali promettono bici più leggere, calzini che non puzzano e addirittura emissioni co2 più basse. Ma le minuscole particelle possono essere pericolose per la salute e l’ambiente. Uno studio di TA-Swiss rileva delle lacune cognitive. “Esiste poca trasparenza su quali prodotti contengono dei nanomateriali”, disse ieri davanti ai media il direttore di progetto Martin Moller dell’istituto ecologico di Friburgo del Breisgau. Anche se la Svizzera non produce nanoprodotti in scala industriale, ne lavora però in grandi quantità.

Lo studio del centro per la valutazione degli effetti della tecnologia (TA-Swiss) sintetizza cosa si sa sugli effetti sull’ambiente e sulla salute delle “particelle nano”. Ne estrae raccomandazioni per la politica, l’industria e la scienza.

Secondo lo studio , in Svizzera sono otto i nanomateriali che sono prodotti o lavorati in quantità maggiori. Tra cui ossidi di zinco e di titanio come protezione UV nei colori e nelle creme solari, nanoargento con effetto antibatterico per i tessili e le confezioni alimentari, ossido di silicio per facilitare la scorrevolezza dei copertoni e fibre di nanocarbonio per telai di biciclette e per le racchette di tennis. Particelle nano sono composti di metallo oppure di carbonio con particelle da solo uno a 100 nanometri – circa 1000 volte più sottili di un capello umano. La loro piccolezza conferisce loro delle caratteristiche particolari che possono essere utili ma anche dannose.

Possono avere effetto cancerogeno

Per l’uomo sarebbe problematico anzitutto l’inalazione nei polmoni, dice Peter Gehr dell’istituto per anatomia della università di Berna. In grandi concentrazioni, particolari tubicini di nanocarbonio e d’ossido di titanio potrebbero essere cancerogeni. “ Gli effetti nei tempi lunghi delle nanoparticelle sono in pratica sconosciuti e devono essere esaminati”, disse Gehr. Ma l’allarmismo sarebbe fuori luogo anche se ci sarebbe la necessità di una sensibilizzazione della popolazione, poiché determinate nanoparticelle sarebbero effettivamente potenzialmente pericolose.

Queste nanoparticelle arrivano anche nell’ambiente, come l’ossido di titanio dalle creme solari o il nanoargento con il bucato dei relativi tessili. A dosi molto alte sarebbero stati evidenziati dei danni agli organismi acquatici, dichiarò la ecotossicologa Kristin Schirmer dell’istituto di ricerca acquatica Eawag. Ma gli effetti nei tempi lunghi sarebbero anche qui praticamente non esaminati e sconosciuti.
Per il consumatore, in pratica non sarebbe mai visibile quale prodotto contiene dei nanomateriali, recita lo studio. L’etichettatura sarebbe disuniforme, anche se la EU ha proposto una definizione già nel 2011. 1i consumatori attualmente non possono esercitare la loro libertà di scelta per mancanza d’informazione”, criticò Huma Khamis della Federazione Romanda dei consumatori. Perciò lo studio racomanda una maggiore trasparenza di mercato per il consumatore con la registrazione dei prodotti e l’obbligo all’etichettatura. Inoltre propone un baricentro nazionale di ricerca sugli effetti dei nanomateriali. Sarebbero da risolvere anche la questione dello smaltimento.

Il totalitarismo tecnoscientifico annuncia candidamente l’inevitabile catastrofe in atto ed evoca ipocritamente una mancanza di “libertà” di scelta per mancanza d’informazione” del consumatore per, con la tipica stupida arroganza del potere, come il primo “si merita”, dichiarare implicitamente che costui tratta dell’introduzione delle “innovazioni tecnologiche”….

Ed un articolo NZZ 5 Giugno, rubrica “ricerca e tecnica”, ci “informa”, che le nanoparticelle ci sono “nei luoghi balneari e nei campi” e “di come i ricercatori rilevano” o meglio non riescono a rilevare “i nanotubicini di carbonio, il nanoargento ed altre minuscole particelle nell’ambiente”. Ed ammettono che “sulle quantità dei nanomateriali prodotti in scala industriale nell’acqua, nel terreno e nell’aria, fino ad oggi non si sa praticamente nulla”. Anzitutto perché “l’analitica ambientale nano è ancora agli inizi” e “non ci sono metodi di rilevamento“ ma tranquilli…, ci penseremo noi. Non possono mancare i soliti esercizi composti di minimizzazione/annunci d’ineluttabilità dei “nostri” campioni del tecnototalitarismo. Così il ricercatore Thomas Bucheli dell’istituto di ricerca Agroscope a Zurigo. Lo stesso degli esperimenti OGM a cielo aperto…, tutto d’un fiato ci conforta che le particelle nano nell’ambiente sarebbero ancora quasi inesistenti e ci minaccia, che “un numero crescente di brevetti” probabilmente anche suoi “indica che i nanotubicini di carbonio, il nano-ossido di titanio e simili in futuro potrebbero essere impiegati anche nei fertilizzanti e nei pesticidi, per es. come sostanze veicolanti o come protezione UV dei principi attivi”. E poi l’ineluttabile alto dosaggio d’ipocrisia: “visto queste magre conoscenze sugli effetti ambientali, Bucheli mette in guardia dall’impiego in grande scala dei nanomateriali stabili nei tempi lunghi”.

Ancora dalla NZZ 5 Giugno 2013, inserto “Swiss Economic Forum, tecnologia”.

Le Piccole Medie Imprese sono i pionieri nanotech.
Il mercato per la nanotecnologia è in piena espansione.
O creme solari, chip per computer o rivestimenti repellenti: sempre di più imprese Svizzere utilizzano la nanotecnologia per i loro prodotti.
Alex Hammerli

Le innovazioni dai laboratori nano hanno un sempre maggior impatto sul nostro quotidiano.

Dall’invenzione del microscopio a scansione elettrica negli anni 1980 dai ricercatori IBM e premi Nobel Gerd Binnig e Heinrich Rohrer a Ruschlikon presso il lago di Zurigo, centinaia di prodotti con proprietà nano hanno sfondato – quasi sempre di soppiatto nei confronti del grande pubblico – nella produzione di massa. Nel frattempo la Svizzera ha un ruolo di punta nel mercato per la nanotecnologia. Secondo Heinz Muller, esperto per i brevetti di chimica e biotecnologia all’istituto federale per la proprietà intellettuale a Berna, qui da noi dal 2006 ogni anno sono stati depositate tra le 10-15 invenzioni nano pro milione d’abitanti, da brevettare (con i circa 8 milioni d’abitanti in Svizzera= 80-120 brevetti/anno). Così la Svizzera è al primo posto a livello mondiale – seguita dal Giappone, dalla Germania e dagli USA. Ora più di 600 ditte qui da noi producono o lavorano dei nanomateriali. Con la maggior diffusione nel trattamento dei materiali e di superficie. Come la ditta Schoeller di San Gallo: fornisce le ditte tessili come Levi’s e Black Diamond con un tessuto di nome Nanosphere. Che produce il cosiddetto effetto lotus: l’acqua gocciola dall’abbigliamento portandosi nel contempo la sporcizia.
Un’altra ditta che punta sulla nanotecnologia è Spring Pharma di Solothunrn. La ditta vende con gran successo delle creme solari della marca Daylong, contenenti delle nanoparticelle d’ossido di titanio. Le minuscole particelle solari riflettono la luce solare come miliardi di minuscoli specchi. Anche particelle più grandi hanno questo effetto, ma con le nanoparticelle si possono produrre delle creme più fluide e trasparenti.

Una terza storia di successo nano è SwissLitho. I’IBM Technology transfer ha sviluppato con il cosiddetto nano- Frazor un apparecchio che può produrre delle nanostrutture tridimensionali. Il cuore della tecnologia è una punta di silicio estremamente appuntita e resistente fino ai 500 gradi di calore. Con questa tecnologia non si possono solo scalare dei chip per computer in dimensioni più piccole, ma produrre anche nuovi chip elettronici oppure ottici.

Crescita sfrenata

Le ultime cifre di mercato dell’analista USA di mercato BCC Research dimostrano, che le storie di successo sopra descritte non sono dei casi singoli, ma che corrispondono ad una tendenza: il volume di mercato globale della nanotecnologia è cresciuto solo nell’anno passato di 600 milioni di $ ad un totale di 20,7 miliardi di $. Nel 2017, le vendite dovrebbero comportare già 48,9 miliardi di $ – vale a dire una crescita commerciale annua del 18,7 %.

Ottimiste anche le dichiarazioni nel “Swiss Nanotech Report”: nel rapporto iniziato dall’istituto federale di collaudo e di ricerca sui materiali (EMPA) si dice, che la nanotecnologia sarebbe un “settore del futuro con un potenziale economico enorme”. Premessa per sfruttare al massimo il potenziale sarebbe, un efficace transfer di conoscenza e tecnologia dai laboratori alle imprese con un minimo di frizioni. È proprio l’obiettivo perseguito dalla sezione ricerche dell’impresa IT e consulenza IBM: con un budget di 90 milioni di franchi, IBM Research insieme alla scuola tecnica superiore di Zurigo (ETH), nel 2011 ha finito a Ruschlikon (ZH) la costruzione del Binning and Rohrer Nanotechology Center. Si tratta di un “Open Collaboration Model”. Vale a dire: i dispendiosi laboratori di ricerca nano sono aperti alla cooperazione con le ditte ed altri istituti di ricerca. Il centro nanotecnologico offre 950m2 di superficie in ambienti senza contaminazioni per la ricerca di base su nuovi materiali ed elementi di costruzione in scala nano. La minima quantità di particelle nell’aria circostante è qui necessaria , poiché già le più minuscole particelle possono rendere inutilizzabili le nanostrutture. Inoltre il centro di ricerca dispone di laboratori speciali che con schermature e misure per attutire le fonti esterne di disturbo come per esempio le variazioni termiche o le vibrazioni, riducono al minimo le imprecisioni.

IBM stessa s’impegna nella nanotecnologia “per ampliare ulteriormente le tecnologie affermate di memorizzazione, elaborazione e trasmissione delle informazioni e anche per sviluppare delle nuove tecnologie”, dice Matthias kaiserwrth, direttore del laboratorio IBM a Ruschlikon. Indica che secondo la legge di Moore sinora ogni 18 mesi si raddoppiano i transistor su di un chip per computer. “Se vogliamo reggere questa velocità ci troviamo di fronte a varie sfide come il surriscaldamento, la producibilità e la graduazione degli elementi di costruzione”. In breve: la miniaturizzazione è arrivata ai suoi limiti. “La nanotecnologia offre qui un potenziale enorme per superare queste sfide con nuovi design e materiali”. Dice Kaiserwerth.

Cifre enormi

La ricerca svizzera è al top mondiale nella ricerca nanotecnologica. Con i corrispettivi budget.

90 milioni di franchi costò la costruzione del centro di ricerca nano IBM ed ETH Zurigo a Ruschlikon (ZH).
100 milioni di franchi donati dall’imprenditore Adolphe Merkle nel 2007 all’università di Friburgo. Con questi soldi si è costruito un istituto di ricerca per le scienze nanotecnologiche a Marly, sobborgo di Friburgo.
120 milioni di franchi è il budget dell’iniziativa federale Nano-tera per la ricerca sui sensori su base nanotecnologica.
140 milioni di franchi è il finanziamento del baricentro nazionale di ricerca “Nanosciences”, coordinato dal 2004 dall’università di Basilea.

Cioè per magia della politica del democraticissimo baraccone, in buona parte sborsate dall’ignaro consumatore libero e ben informato”, all’occasione…bravo elettore o appunto…contribuente!.

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